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Cesare Musatti ritratto digitalizzato in bianco e nero

Il potere dello psicoanalista

Intervista rilasciata da Cesare Musatti nel 1982 a cura di Vittorio Volpi.

Introduzione

Cesare Musattiautore in Italia delle prime pubblicazioni organiche sulla psicoanalisi oltre che di numerose altre su temi connessi alla psicologia, è a tutt’oggi uno degli psicoanalisti italiani più importanti.

Domande e risposte

È stato il primo?

Il primo è stato il triestino Weiss analizzato da un allievo di Freud a Vienna durante la prima guer­ra mondiale.
La mia analisi l’ho fatta con un altro triestino formatosi a Graz, in Austria e venuto a Padova, dopo la guerra come Professore di Psicologia all’Università, dove mi stavo laureando in Filosofia: il Professor Benussi.

Analizzato?

Si, da Gross, che però era completamente matto, figlio di un antropologo criminale famoso in Austria, era stato analizzato prima da Freud, e poi da Jung il quale in una lettera a Freud fece una diagnosi di “dementia praecox”. Gross andò in carcere per aver ucciso un uomo, e lì si suicidò. Pensi, il figlio dell’antropologo criminale che va in carcere per omicidio. E poi si suicida. Come psicanalista da cui derivo, non è che sia molto raccomandabile.

Perché?

Perchè fece l’analisi a Benussi…

Che tipo di analisi?

Allora per analisi, si potevano intendere an­che trattamenti per pochi mesi.

Con sedute più lunghe?

Il dogma della seduta di cinquanta minuti è venuto dopo. La mia analisi con Benussi à durata circa due anni. Non pagata, perché ero il suo assistente: mi chiamava, e: “facciamo un po’ di analisi» diceva ‘ven­ga qui e mi racconti i sogni…”. Era un’analisi senza il setting, casalinga…

Ma con il prestigio, l’autorità del professore…

Certo, ma fin troppo, Perchè non c’era sepa­razione del rapporto di analisi con il resto della nostra vita. Ero il suo figlioccio… Come se il padre facesse l’analisi al figlio.

Il rapporto ideale…

Il transfert con il proprio padre non é possi­bile, perchè bisogna che sia un padre acquisito. La mia non è stata una buona analisi personale.

Lei non è un «buon psicanalista” allora…?

Mi sono fatto da me, come tutti i primi. Fe­renczi per esempio fece tre settimane di analisi con Freud. Le sedute duravano tutto il giorno a spasso per Vienna. La psicanalisi è nata cosi; le regole sono venu­te dopo, analogamente a quanto è avvenuto per il Cri­stianesimo.

Il Cristianesimo?

 Gesù, se c’è stato, ha agito, limitatamente a quel piccolo mondo ebraico attorno a Gerusalemme. Ma è San Paolo che organizzandone i contenuti ha universalizzato il Cristianesimo. Le eresie sono infatti la naturale conseguenza di tutto il movimento teoretico, con cui si è creato un fonda­mento dottrinale. In un primo tempo, per esempio, i seguaci di Ario era­no più numerosi di quelli che poi sono divenuti Catto­lici.

Ma la Psicoanalisi?

Come per il Cristianesimo, anche per la psi­coanalisi si può parlare di una fondazione dottrinale., dell’organizzazione dei suoi contenuti per la sua dif­fusione, per la sua affermazione in termini di potere.

Di potere?

Nel Medioevo il potere era delle armi: di­ventava capo chi battagliava meglio. Poi è venuto il periodo mercantile, in cui il denaro era lo strumento del potere. Quindi lo è divenuto la capacità di mano­vrare masse di uomini, cioè la politica. Ma oggi il pote­re psicologico è il massimo del potere.

Il massimo?

Un individuo il quale dice: io capisco tutti gli uomini. E che razza di potere è: non è potere, questo?

Se capisce, è meraviglioso. Ma appunto: che razza di potere è?

È il potere di chi afferma di riuscire attraver­so l’impostazione analitica, a vedere dentro un indivi­duo quello che l’individuo stesso non vede dentro di sè.

Ma è vero poi?

É vero si. Uno psicanalista arrivato ha una posizione economica buona…

Non eccezionale…

… però non eccezionale. Appunto. Non è certo quello che la gente crede. Ma in compenso ha nel rapporto analitico, una determinata soddisfazio­ne, ha il senso, proprio per come il paziente vive una condizione di transfert nei confronti dell’analista, di esercitare sul paziente, sugli individui che ricorrono a lui, un potere che non può essere esercitato in nessun’ altra maniera… È il controtransfert.

Cioè un sentimento di potere come lei dice: non una realtà.

Ci sono migliaia di individui che si iscrivono nelle facoltà di Roma e di Padova, credendo di diven­tare psicologi e da dove invece escono dei disgraziati, che poi non sanno assolutamente cosa fare, perchè la professione di psicologo non esiste. Poiché l’unica forma di attività professionale consistente per un lau­reato in psicologia è la psicoterapia (che però non sa fare) in buona parte gli studenti desiderano diventare psicoanalisti. E la psicanalisi non è altro che una for­ma particolare di psicoterapia.

Bisogna anche lavorare…

Certo. Bisogna lavorare ma anche saper la­vorare, mentre chi esce dalla facoltà di Psicologia ha la presunzione di voler esercitare un potere, come pensa lo eserciti io. È questo a spingerli verso la facoltà di psicologia. Un tempo buona parte di queste persone avrebbero voluto diventare come Agnelli. Oggi vo­gliono diventare come me: mi mettono sullo stesso piano di Agnelli…

Come professore universitario di ruolo, avrà avuto un potere reale. Ma come psicanalista lei è un ar­tista, non un uomo di potere

Quando parlo di potere non vorrei essere frainteso. Ma sono un uomo di potere, non perché io abbia delle masse di uomini che mi seguono, ma per­ché un certo dominio lo psicanalista lo esercita. Ci so­no delle ragazze di vent’anni che mi vorrebbero ab­bracciare. Alla mia età… Se io riesco a fare in modo che una ragazza di vent’anni desideri abbracciarmi, lei non lo chiama potere questo?

Qui con lei si sta molto bene. Non le dico certo una cosa nuova. Se considera il piacere che io provo a stare adesso con lei, siamo di fronte a una forma di pote­re abbastanza singolare

E va bene: io riesco a far sì che la gente stia bene con me. E le par poco?

Tutt’altro: è il massimo. Non del potere…

Ma è potere, Lei non vuol capire… Le dà fa­stidio la parola potere? Ma perchè lei ha in mente il potere, sempre, diciamo così, come prevaricazione. Però questa posizione di superiorità esiste: l’analista ha nei confronti del paziente il senso di averlo in pu­gno.

Di averlo in pugno?

Ce l’ha in pugno, non per utilizzarlo, ma ce l’ha; ce l’ha in braccio. Dico sempre: quando acco­gliamo un paziente, è come se ci dessero in mano un bambino, come se avessimo un bambino da tirar su… Il mio potere consiste nella capacità di rivivere deter­minati elementi della sua vita. Come se ci fossi den­tro. Io ci sono dentro; ci sono come un attore che si ca­la nel personaggio. Il mio è il potere dell’attore.

Il contenuto della presente intervista a Cesare Musatti è tratto dal numero quattro anno nove della rivista Analisi Psicologica.

Per approfondimenti sull’opera di Cesare Musatti consigliamo di visitare il sito dell’Archivio Storico della Psicologia Italiana – Aspi cliccando qui.

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