Introduzione
Intervista a Cesare Musatti a cura di Vittorio Volpi
Ho effettuato questa intervista nel marzo del 1982, e ho aspettato, per pubblicarla, di avere il contesto più adatto, come quello attuale di risvegliato interesse per la professione di psicanalista. Finalmente, grazie alla ricerca scientifica condotta in oltre un decennio presso il nostro Centro, questa professione si delinea con la necessaria chiarezza, per quello che è, vale a dire come lavoro educativo.
L’intervista al più antico – non mi sento di chiamarlo “vecchio” perché vecchio non è ancora. anzi – degli psicoanalisti viventi, con il suo frasario storico, con l’impronta incancellabile di una lunga lunghissima pratica psicanalitica, conferma tutto ciò, corrispondente in modo sorprendente con i risultati cui siamo pervenuti.
Gross e Benussi
Come è noto, non solo il primo, ma anche il secondo é morto suicida (cianuro. Nel caffè). Che maestri, dunque, per uno psicanalista. Come ha potuto diventare allora così bravo? Non c’è altra possibilità: nonostante Gross e Benussi fossero depressi gravi, hanno potuto essere ottimi maestri di psicanalisi.
La loro personalità sofferente, la loro esperienza diretta di problemi psicologici è stata il loro vero patrimonio didattico. E ciò risponde a quanti si stupiscono che alla professione psicanalitica si accostino proprio le persone più ricche (è il caso di dirlo) di problemi. Ma c’è anche un altro risvolto, tipico di ogni esperienza pionieristica, e riguarda i rischi del mestiere, tanto più grandi quanto più ignorati. Un utente depresso induce la propria depressione nell’analista. Non a caso Musatti dichiara di rifiutare clienti psicotici: ha avuto senz’altro degli ottimi maestri.
Infatti, nella nostra professione il coinvolgimento emotivo con il cliente è tale che, senza una professionalità, una preparazione specifica per quell’ordine di stati emotivi che l’utente esprime„ l’analista perde il proprio equilibrio. Ciò che constatiamo regolarmente nella nostra Scuola di Psicanalisi, dove gli allievi, all’inizio, necessitano, più che di supervisione, di una vera e propria assistenza psicanalitica, anche se circoscritta ogni volta a quel determinato caso che hanno in carico.
La psicanalisi un processo educativo
Prevede infatti il coinvolgimento, tipico dell’educatore con l’utente, ma può permettere che questo coinvolgimento arrivi molto in profondità, ovviamente con le dovute precauzioni, onde evitare le spiacevoli conseguenze di cui al punto 1. Naturale pertanto che la psicanalisi sia uno strumento prezioso per chiunque (genitore, insegnante), abbia a che fare con soggetti in età evolutiva.
Il transfert
Significa “trasferimento” nel rapporto con l’analista della modalità di rapporto primario, di natura simbiotica, con il genitore omologo. Ovvio che il transfert non possa riferirsi al rapporto primario: se si fa uso del rapporto con il genitore omologo, non c’è motivo di “trasferimenti” di sorta in altri rapporti. E anzi proprio sul rifiuto, da parte del figlio, di valersi del rapporto primario con il genitore, che lavora l’analista: riconducendo “per mano” il cliente al genitore, del quale rivela al figlio tutto l’amore, la dedizione. Per questo l’analista “deve” farsi pagare. Perché non sorga il sospetta che voglia proporsi come sostituto del rapporto primario, in cui non si scambia di certo denaro.
Il potere della psicanalisi
Sorvoliamo sul delirio di onnipotenza, con cui gli analisti compensano la propria profonda consapevolezza di contare, per i propri clienti, meno di niente. Tanto è vero che, quando non serviamo più, veniamo scaricati senza tanti complimenti e senza nessuna riconoscenza (perciò dobbiamo farci pagare…).
E sorvoliamo anche sui “lauti” guadagni dello psicanalista, visto che lo stesso Musatti guadagnava così “tanto” che ha dovuto continuare tutta la vita a fare il doppio lavoro, come professore universitario. E anche l’analisi storica del volto del potere, è quanto meno sbrigativa, come se Giulio Cesare, i Bizantini, Teodorico, Carlo Magno, Napoleone o la regina Vittoria non avessero usato contemporaneamente denaro, esercito e politica per i loro fini di potenza. Il “potere” qui non è certo quello di chi esercita l’estorsione (delitto del quale si sono resi di gran lunga colpevoli da Giulio Cesare, a Carlo Magno, alla regina Vittoria, e in scala un po’ più grande).
Ma è quello di “chi può”. Ma può che cosa? Ebbene: prendersi le proprie responsabilità. Si tratta perciò non di potere (=esercizio della facoltà decisionale in nome di altri senza assunzione delle relative responsabilità, come per esempio quando durante la guerra si decide la morte altrui e non solo non si è ritenuti responsabili, ma anzi ti danno la medaglia) bensì di autorità (= capacità di assumersi tutte le proprie responsabilità). Ancora una volta siamo di fronte all’equivoca denominazione di “autorità” attribuita ai “pubblici poteri” (che semmai sono “autoritari”). Che ci sia un uso della psicologia, da parte del potere, non ci sono dubbi.
Basti pensare all’uso della propaganda, tipico strumento psicologico. Ma lo psicanalista, per poter lavorare, deve per forza essere capace di autorità. Il potere è infatti prerogativa dei disperati, degli insicuri, di coloro che, per le ragioni più diverse, non hanno imparato a usare la propria autorità. Se riuscissero, sarebbero indubbiamente molto più felici. Quanto infine a sedurre le fanciulle, beh, credo sia inutile spiegare perché quelle che si rivolgono allo psicanalista abbiano, nelle loro certezze, qualcosa di meglio di un antico psicanalista (il quale, di tanto in tanto, si guarderà pure nello specchio). Semmai, può essere il contrario. A volte capitano persone cosi sradicate che si attaccherebbero a chiunque, tanto si sentono svalorizzate. Persino allo psicanalista… Si tratta, allora, per quest’ultimo, di stare attento a non agire i bisogni dell’utente. Anche perché andrebbe incontro ad amare delusioni (vedasi ancora il punto 1).
Il potere sul paziente
La favola che lo psicanalista “legge” nell’inconscio del paziente quello che lo stesso paziente non riesce a leggervi è pura leggenda. Intanto l’inconscio non esiste: si è chiamata cosi solo la componente emotiva, sentimentale, della personalità; “inconscia” essa poteva essere considerata solo dagli accoliti di Francesco Giuseppe, che sciamavano in divisa, per l’Austria-Ungheria dei tempi di Freud, “nella vigna a far da pali”.
Solo a un sottufficiale dell’esercito prussiano poteva del resto apparire come una sentina di “desideri immondi’ la sede di ciò che è più nobile nell’uomo: la pietà, l’amore, la tenerezza, la gioia, la commozione. Tutte doti assai poco adatte a chi – per professione! – deve imparare a uccidere, torturare, saccheggiare, distruggere. Tutte “debolezze da donnicciole”. E infine, bella forza sarebbe “tenere in pugno” un povero diavolo che viene da te perché è pieno di problemi, perché ti chiede la sua consulenza per districarsi. Bel potere sarebbe davvero, da Maramaldo. No. l nostri clienti non sono tanto pazzi da scegliersi per analista un farabutto.
Se uno è tanto scaltro da provarcisi, a imbrogliarli, come si è visto sono proprio loro che lo mandano in galera. Credo piuttosto che l’analogia con l’attore sia invece la sola calzante. Non fu il sociologo Alberoni a definire, nella sua tesi di laurea (dove, ammettono anche i suoi detrattori, ha detto qualcosa di valido), la gente di teatro, gli attori una “élite senza potere”?