Intervista rilasciata dal professor Cesare Musatti a cura di Eva Lucchesi Tagliabue e Maurizio Francesco Molteni.
Introduzione
Il dibattito sull’opportunità o meno dell’Albo degli Psicologi risente molto dell’utilizzo, spesso con significati differenti, del termine “psicologo”. Abbiamo chiesto al Professor Cesare Musatti di aiutarci a fare un po’ di chiarezza. Come è noto gli interventi del Professor Musatti sul tema, sono molteplici e rispecchiati nelle numerose pubblicazioni di cui riportiamo a parte l’elenco cronologico.
Domande e risposte
C’è confusione… ?
Si, c’è molta confusione nei termini perchè con gli anni sono proliferate le occasioni di impiego di strumenti di carattere psicologico, e ogni volta non ci si è troppo curati di concordare con gli altri una terminologia valida per tutti e che avrebbe semplificato le cose.
Esiste lo Psicologo?
Certo che esiste, come attività accademica, come retaggio della filosofia dapprima e della Psicologia sperimentale a fondo fisiologico poi. Il Professor Mosso di Torino fu il primo in Italia.
Come professione?
Come libera professione non ha molto senso. Anche quando si parla di psicologo del lavoro, psicologo dello sport, psicodiagnosta, siamo di fronte sempre a persone che intervengono in una realtà per esaminarla, ai fini di modificarla. Siamo di fronte cioè a degli “psicoterapeuti”.
Ma lei è stato psicologo del lavoro…?
Io ho fatto lo psicologo di fabbrica ma nel 1948, in piena ricostruzione, nei periodi di grande benessere qualche cosa da fare si trova, perchè l’industria si può permettere di avere anche lo psicologo. Però adesso in fabbrica non serve più a nulla. Ci sarebbe anche da fare, ma siccome gli interessi economici prevalgono sull’interesse per il benessere degli operai, gli stessi operai preferiscono più soldi in busta paga, e magari l’assistenza psicologica se la cercano fuori.
Lei cosa faceva?
Ho fatto alcuni lavori sul cottimo. I tecnici non vedevano i problemi dell’operaio nel rapporto con il lavoro.
Cioè?
Senza una mentalità psicologica non si riesce a comprendere come il lavoro per ogni essere umano viene organizzato in un tutto unico. L’operaio, essendo un essere umano, tende a infondere una certa armonia in quello che fa.
E la parcellizzazione?
La parcellizzazione, il principio base del Taylorismo, è proprio l’antitesi di questo. Non si può frazionare un’attività in tanti piccoli segmenti. Non è vero che una operazione sia la somma di questi piccoli atti, di una serie di contrazioni muscolari. Sarebbe come se si considerasse la musica come la somma delle note. Mentre invece è il frutto di una sintesi dove le varie note, e nel lavoro i vari atti, seguono una legge che produce il risultato finale armonico, ben diverso dalla semplice somma delle parti.
È il principio delle “isole”?
Certo, quelle realizzate alla Volvo svedese, e arrivate da noi 30 anni dopo. Allora come psicologo all’Olivetti di Ivrea, avevo fatto uno studio in questa direzione. Ma il mio lavoro gli è tornato utile, lo hanno ripescato, soltanto quando gli operai, che sulla catena di montaggio impazzivano, perdevano la virilità, si rifiutarono e fecero crollare il vecchio sistema.
Che rendeva di più…?
In termini immediati, forse. Ma come costo globale, come spesa sociale per i disturbi che provocava e i danni alla produzione stessa (per apparecchi difettosi) i conti non tornavano, tanto è vero che è entrato in crisi irreversibile.
Ma allora lo psicologo serve…?
Allora sì. Se fossimo stati trenta almeno o cinquanta sarebbe stato utile perché l’industria italiana se ne sarebbe potuta giovare. Ma ero solo in un ambiente non ancora preparato.
E oggi ?
Oggi quegli psicologi del lavoro non servono più. Ci sono gli esperti di tempi e metodi, che fanno quello che si chiede loro molto meglio di uno psicologo.
Ma l’aspetto umano?
Anche un bravo direttore del personale se ha un rapporto circoscritto a un numero limitato di dipendenti li può conoscere tutti, e se è intelligente riesce a fare un’attività di assistenza psicologica meglio di qualsiasi altro. Infatti dipende da lui l’organizzazione del personale, e può intervenire con poteri che lo psicologo non avrebbe mai.
Senza laurea in Psicologia?
Nessuna laurea può far nascere una vocazione psicologica. La laurea in Psicologia poi assomiglia a quella che una volta era la laurea in Cultura. Il Professor Ossicini si dà molto da fare per migliorare queste situazioni, per qualificare meglio i laureati che escono completamente sprovveduti da una Facoltà inutile, capace solo di alimentare illusioni. Ma egli fa quello che può. È sempre stato all’opposizione, vuol dire cioè che non ha mai governato. Le sue iniziative politiche, come quella dell’Albo, sono perciò necessariamente il frutto di compromessi con chi detiene il potere. Non credo che potrebbe fare di più.
La Legge è alla Camera…
Infatti. La Legge non è più al Senato, e il Professor Ossicini non c’entra più. E stato suo merito sollevare il problema. È merito suo se voi oggi siete qui e volete capire di più.
E sempre stato così?
La Società di Psicologia cui mi iscrissi dopo la laurea era composta da una ventina di persone. Erano Professori universitari: 3 ordinari, 2 o 3 incaricati, qualche libero docente e gli assistenti. Ci conoscevamo tutti. Ogni tanto facevamo dei congressini. Tengo le fotografie. Ce n’è una fatta davanti all’Istituto di Psicologia di Roma. Con noi c’è anche uno dei tecnici di laboratorio, quei tecnici tutto fare che preparavano le apparecchiature psicometriche in uso allora; questo per dire il clima di familiarità che c’era.
E adesso?
Mi suscita commozione l’interesse per la psicologia nei giovani di oggi, perchè agli inizi noi eravamo degli isolati. Nell’ambiente filosofico ci dicevano “ma voi siete dei fisiologi”. In quello medico invece ci consideravano dei filosofi. Adesso è tutto cambiato, ma non vedo gli ideali di ricerca di un tempo. Mi sembra che il successo della Facoltà sia dovuto alla ricerca di molti di un modo ritenuto facile, tra l’altro, per esercitare del potere sulla vita altrui.
Sarà forse per i nevrotici…
Un genere particolare persegue il potere sui propri simili, quello con caratteri paranoidi.
Ma la gente se ne accorge!
Questo lo crede lei. C’è molta gente che di fronte a chi dichiara semplicemente di essere studente di psicologia si apre a confidargli tutto di sé.
A noi capita piuttosto di incontrare una sana diffidenza…
Sarà vero, ma a me capita ancora che persino l’autista sul taxi, appena sa che insegnavo psicologia, mi racconti i fatti suoi e alla fine non voglia essere pagato, mettendomi in una posizione imbarazzante.
Se fossimo taxisti neanche noi la faremmo pagare, perchè è un piacere stare con lei. E poi è difficile non riconoscerla…
Può darsi che sia così. Ma rimane il fatto comunque che chi esce dalla Facoltà ha solo la possibilità di insegnare. Quindi non esiste una professione di Psicologo e in questo senso l’Università potrebbe fare qualcosa per informare gli studenti sulla reale consistenza delle prospettive di lavoro.
C’è la psicanalisi…
Ma lo psicanalista non si può improvvisare certo con un corso di sei mesi. Egli può lavorare bene solo se è una persona matura. Gli ci vuole l’esperienza, quella della vita prima di tutto, e quella professionale. Entrambe si acquisiscono solo con gli anni, oltre che con un impegno tale, da essere accettato solo da chi è veramente appassionato a questo lavoro.
Il contenuto della presente intervista a Cesare Musatti è tratto dal numero otto anno nove della rivista Analisi Psicologica.
Si ringrazia il Centro Milanese di Psicologia per la fotografia di Cesare Musatti tratta dal suo sito che potrete visitare cliccando qui.
Un sentito ringraziamento anche all’Aspi – Archivio Storico della Psicologia Italiana – che custodisce le interviste da noi inviate. Potete visitare il sito e l’area dedicata a Cesare Musatti cliccando qui.